Lavoro

Trasferta del lavoratore: cosa c’è da sapere

Trasferta del lavoratore: cosa c’è da sapere

Per trasferta in ambito del diritto del lavoro si intende il trasferimento provvisorio di un lavoratore da quella che è la sua normale sede di lavoro ad un’altra sede di lavoro. Distinguiamo la trasferta dal trasferimento proprio perché la prima ha una durata circoscritta nel tempo, è quindi non definitiva. La durata della trasferta dipende da ragioni economiche-produttive, quindi in pratica il lavoratore rimane in trasferta finché il suo compito non è terminato.

La motivazione della trasferta può essere dovuta a diverse cause, nella maggior parte dei casi l’esigenza del datore di lavoro di aggiungere manodopera in una certa sede, oppure di inviare un lavoratore particolarmente qualificato per lo svolgimento di un lavoro particolare in una zona diversa da quella dove lavora abitualmente.

La legge nulla questua circa la disciplina della trasferta, motivo per cui essa è rimessa unicamente ai contratti collettivi, che si occupano soprattutto di delineare diritti e doveri del lavoratore in materia nonché l’aspetto economico della faccenda.

Dal punto di vista del diritto, quello di trasferire temporaneamente il lavoratore ad un altro luogo di produzione è una delle espressioni del potere di dirigenza del datore di lavoro sul lavoratore medesimo.

La terminologia tecnica si riferisce a questa fattispecie col termine ‘mobilità del lavoratore’, nel senso più pratico del termine, cioè che il lavoratore può trovarsi nella situazione di doversi spostare per un periodo per rispondere ad un’esigenza del suo datore di lavoro.

La disciplina economica della trasferta di lavoro

Abbiamo detto che ad occuparsi della disciplina della trasferta, soprattutto dal punto di vista economico, sono i contratti collettivi (e la giurisprudenza, come vedremo).

Il lavoratore in trasferta ha diritto ad un’indennità, che assume il nome di diaria (o indennità di trasferta) e/o del rimborso spese che deve affrontare per trasferirsi al luogo di lavoro designato dal datore.

L’indennità di trasferta può essere diversa, nel senso di quantità del trattamento economico, a seconda che essa avvenga all’interno del comune dove si trova la sede di lavoro abituale (come specificata nel contratto) o al di fuori di detto comune. Ovviamente nel secondo caso sarà più consistente.

Il rimborso può essere a sua volta di tipologie diverse. In particolare distinguiamo il rimborso effettuato secondo il criterio:

  • analitico: il lavoratore presenta al datore di lavoro ogni singola voce di spesa che abbia effettuato per la trasferta (es. spese di hotel, vitto e alloggio, spese del trasporto) e quindi firma il documento. Vanno incluse anche le giornate di sabato e domenica se sono all’interno del periodo di trasferta.
    Il lavoratore sarà quindi tenuto, se questa è la modalità di rimborso adottata dalla sua azienda, a presentare una nota spese con il riepilogo di tutte le spese sostenute e le ricevute, gli scontrini fiscali, eventuali biglietti dei mezzi di trasporto pubblici usati; le fatture; scontrini fiscali c.d. parlanti, che quindi specificano le spese effettuate, la loro natura e qualità ed il codice fiscale del richiedente; la documentazione del costo per la carta di credito professionale; le ricevute fiscali coi dati del cliente.
    Le spese diverse da quelle che si hanno sostenute per vitto, alloggio, trasporto e per il viaggio non concorrono a formare reddito per l’importo massimo quotidiano di 15,49 euro in Italia, massimo 25,82 euro all’estero.
  • forfettario: l’indennità in questo caso è fissa, per ogni giorno di lavoro, e forfettaria. La cifra quindi prescinde dalle spese che siano effettivamente state sostenute dal dipendente, e può essere: fino a 46,48 euro al giorno, se all’interno del territorio della nazione, e fino a 77,46 euro se all’estero. Questo rimborso deve esser determinato al netto però delle spese di trasporto del dipendente, per le quali si ha diritto ad autonomo rimborso.
  • misto: in questo caso può essere riconosciuto al dipendente in trasferta un rimborso spese analitico per vitto ed alloggio, per i quali quindi il lavoratore deve indicare le singole voci di spesa, ed in più un’indennità di trasferta ma ridotta.
    In questo caso, l’indennità di trasferta si riduce in questo modo: 15,49 euro al massimo, per trasferte fuori dal comune di residenza ma sempre sul territorio italiano; 25,82 euro al massimo, per trasferte all’estero con vitto e alloggio esenti.

La differenza fra lavoratore in trasferta e trasfertista

Bisogna fare attenzione a non confondere la figura del lavoratore in trasferta con quella del trasfertista, in quanto come abbiamo anticipato si trattano di due cose molto diverse.

I trasfertisti sono quei lavoratori che, proprio per contratto, sono tenuti a svolgere attività lavorativa in zone sempre diverse, sul territorio nazionale e/o all’estero.

Si tratta quindi di un fenomeno molto diverso da quello dei lavoratori in trasferta.
Per poter essere sicuri della differenza, si deve far caso ad alcuni elementi che caratterizzano il contratto del trasfertista e che devono essere contestualmente presenti. In primis, nel contratto del trasfertista non è indicata la sede di lavoro abituale e questo proprio perché egli si sposta per lavoro.

Inoltre il trasfertista non ha diritto ad indennità perché la sua retribuzione è già comprensiva degli spostamenti che effettua sul territorio nazionale e non.

Infine l’eventuale indennità o maggiorazione per il dipendente è fissa e non legata alla trasferta.

La giurisprudenza sulla trasferta

La giurisprudenza ha stabilito riguardo alla disciplina della trasferta che essa si distingue dal trasferimento per l’essere, ancorché non determinata, di tempo comunque determinabile e quindi non sine die. 

È inoltre del tutto irrilevante che il lavoratore abbia dato la sua disponibilità in trasferta a svolgere delle mansioni identiche a quelle che aveva compiuto nel luogo di lavoro ordinario.

Elemento fondamentale della trasferta, come ribadito dalla giurisprudenza (in mancanza di legge) è quello della temporaneità, della sua durata circoscritta nel tempo.

Al lavoratore deve rimanere la certezza di un legame col posto di lavoro originario, nel senso della certezza di ritornarvi.

La giurisprudenza considera il rifiuto alla trasferta un atto di insubordinazione che può addirittura giustificare il licenziamento del lavoratore, come confermato anche da diversi episodi avvenuti.

Il lavoratore dovrebbe essere quindi sempre disponibile a spostarsi in trasferta, anche all’estero, su richiesta del datore di lavoro.

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