Leggi e Decreti

Si può impugnare il provvedimento del curatore? Ecco cosa prevede l’art. 36 della legge fallimentare

Si può impugnare il provvedimento del curatore? Ecco cosa prevede l’art. 36 della legge fallimentare

La legge fallimentare risale al lontano 1942 e proprio per questo motivo nel 2016 è stata aggiornata. Prima di approfondire nel dettaglio il famoso articolo 36, che riguarda in particolare la possibilità di contrastare i provvedimenti del curatore fallimentare o di andare contro le autorizzazioni o i dinieghi del comitato dei creditori, è bene sapere che in linea generale la legge riguarda solo una determinata categoria che esercita l’attività commerciale, naturalmente esclusi gli enti pubblici.

Come recita l’articolo di apertura della legge, non sono infatti soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori i quali dimostrino il possesso congiunto di uno dei seguenti tre requisiti:

  1. aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;
  2. aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;
  3. avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

Appurati questi aspetti possiamo procedere nel dettaglio con l’analisi dell’articolo 36. La legge prevede che si possa proporre ricorso contro le decisioni del curatore fallimentare o, come detto, del comitato, entro otto giorni dalla conoscenza dell’atto o, in caso di omissione, dalla scadenza del termine indicato nella diffida a provvedere. Il giudice delegato, sentite le parti, decide quindi con decreto motivato, omessa ogni formalità non indispensabile al contraddittorio.

Contro il decreto del giudice delegato è ammesso ricorso al tribunale entro otto giorni dalla data della comunicazione del decreto medesimo. Il tribunale decide entro trenta giorni, sentito il curatore e il reclamante, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, con decreto motivato non soggetto a gravame. Se è accolto il reclamo concernente un comportamento omissivo del curatore, questi è tenuto a dare esecuzione al provvedimento della autorità giudiziaria.

Se è accolto il reclamo concernente un comportamento omissivo del comitato dei creditori, il giudice delegato provvede in sostituzione di quest’ultimo con l’accoglimento del reclamo. È importante inoltre sapere che se il comportamento omissivo è del curatore, vi sarà una pronuncia che lo condanna ad eseguire il provvedimento; se la condotta è attribuibile invece al comitato dei creditori, si avrà una pronuncia di tipo costitutivo, che attribuisce a qualcuno l’incarico di darvi esecuzione.

Questi aspetti chiariscono, dunque, che il reclamo ex art. 36 (così chiamato dopo l’aggiornamento) può essere proposto “contro gli atti di amministrazione del curatore, contro le autorizzazioni o i dinieghi del comitato dei creditori e i relativi comportamenti omissivi”, per cui non può essere utilizzato per impugnare un provvedimento del giudice delegato.

Egualmente non possono essere impugnati gli atti dei difensori della curatela non essendo la loro attività soggetta al controllo di cui all’art. 36 ma alla valutazione interna del rapporto con il cliente; né possono essere impugnati gli atti gli atti interni del curatore tipo le sue proposte per la formazione dello stato passivo, e quelli comunque coperti da autorizzazioni del giudice o del comitato dei creditori.

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