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Tutela dei lavoratori nell’art. 36 della Costituzione

Tutela dei lavoratori nell’art. 36 della Costituzione

L’articolo 36 della nostra Costituzione è uno dei massimi riferimenti per tutti i lavoratori italiani. Esso infatti riguarda nello specifico il diritto al giusto salario (comma 1), la durata massima della giornata lavorativa (comma 2) e il diritto/dovere al riposo settimanale (comma 3).

Il testo per esteso dell’articolo è il seguente: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.”

La maggioranza della giurisprudenza italiana è concorde nel concretizzare, in sede giudiziale e nell’ambito del contratto collettivo, l’applicazione dell’art. 36 della Costituzione anche al lavoratore non iscritto al sindacato. Pertanto, tale accordo sindacale, viene ad avere, di fatto, portata erga omnes, ovviamente in assenza di altri tipi di accordi che assicurino al lavoratore un trattamento migliore. Questo orientamento giurisprudenziale, pur essendo maggioritario, non è tuttavia sempre stato univoco. Parte minoritaria della giurisprudenza, infatti, ha utilizzato quale parametro per determinare la giusta retribuzione, altri elementi come ad esempio le retribuzioni medie nella zona.

Ai fini della determinazione della giusta retribuzione a norma dell’art. 36 nei confronti di lavoratore dipendente da datore di lavoro non iscritto ad organizzazione sindacale, il giudice del merito può discostarsi dai minimi salariali stabiliti dal contratto collettivo ad una triplice condizione: che utilizzi dati statistici ufficiali, o generalmente riconosciuti, sul potere di acquisto della moneta e non la propria scienza privata; che consideri l’effetto già di per sé riduttivo della retribuzione contrattuale insito nel principio del minimo costituzionale; che l’eventuale riduzione operata non leda il calcolo legale della contingenza stabilita dalla legge 26 febbraio 1986, n. 38.

Ove il rapporto di lavoro sia regolato da un contratto collettivo di diritto comune proprio di un settore non corrispondente a quello dell’attività svolta dall’imprenditore, il giudice, per valutare la sufficienza della retribuzione del lavoratore ai sensi dell’art. 36, può inoltre utilizzare la disciplina collettiva del diverso settore come parametro di raffronto e quale criterio orientativo, limitatamente alla retribuzione base, senza riguardo per gli altri istituti contrattuali ed esclusa ogni autonoma applicazione.

Nel caso la retribuzione prevista nel contratto di lavoro, individuale o collettivo, risulti inferiore alla soglia minima prevista dall’art. 36, la clausola contrattuale è nulla e, in applicazione del principio di conservazione, espresso nell’art. 1419, il giudice adegua la retribuzione secondo i criteri dell’art. 36, con valutazione discrezionale che, specialmente nell’ipotesi in cui la retribuzione ritenuta inadeguata sia contenuta in un contratto collettivo, deve essere effettuata con la massima prudenza e adeguatamente motivata, giacché difficilmente il giudice è in grado di apprezzare le esigenze economiche e politiche sottese all’assetto degli interessi concordato dalle parti sociali.

La giusta retribuzione di cui si parla all’interno dell’art. 36 deve essere adeguata anche in proporzione all’anzianità di servizio acquisita, in considerazione del miglioramento qualitativo nel tempo della prestazione. L’art. 36 deve inoltre trovare applicazione anche nei confronti dei lavoratori extracomunitari.

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